Il Flauto Dolce contro la
depressione
Posso dire che la musica mi ha
salvato la vita e che è diventata non solo la mia passione, ma la mia più forte
valvola di sfogo.
Pur avendo un carattere curioso e
che tende a farmi vedere le cose belle che mi circondano: anche semplicemente
un tramonto, un bel film, una passeggiata in una tiepida serata, la depressione
è diventata una latente compagna di viaggio nel corso dei miei ultimi 20 anni.
Non sono mai riuscito a decifrarla, comprenderla o a prevederla, semplicemente
ad un tratto qualsiasi persona o situazione, diventano in bianco e nero. Tutto
è distante e pericoloso e il mio stesso corpo si trasforma in un pesante
ostacolo che non riesco a far muovere e, cosa ancor più grave, che non sento il
motivo di dover muovere. Depressione per me è staticità, immobilità, in quei momenti non esiste un solo valido
motivo, non uno, che mi dia ragione di reagire.
Tutto iniziò negli anni ’80 con
un piccolo intervento chirurgico errato, che cambiò per sempre il mio significato
della parola corpo. Avevo sempre tenuto
in massima considerazione la forma fisica, lo star bene, il non sentirmi quasi mai
stanco. Lavoravo a 70 chilometri da casa e per fare avanti e indietro ogni
giorno, dovevo esser motivato e in buona salute . Dopo quell’evento, un piccolo
intervento chirurgico errato, iniziai a non riconoscermi più. Non poteva esser
mia quella carne che urlava di dolore qualsiasi movimento facessi. Non potevo
esser io quello che andava in lacrime dal medico che aveva effettuato
l’intervento e dal quale mi sentivo dire “I suoi unici problemi lei li ha nella
sua testa”. Chi mi conosceva non poteva credere che uno sciocco intervento
potesse avere tali conseguenze e la definizione “malato immaginario” cominciò a
evidenziarsi anche su i volti delle persone a me più vicine. Avevo costante bisogno
assoluto di silenzio, perché la carne, in certi casi, fa più rumore di uno
stereo a massimo volume, e questo per un
insegnante è un miraggio semplicemente impossibile da raggiungere. A quell’intervento ne seguirono altri 8 in 6
anni per cercare di rimetter in sesto la figura che non riconoscevo più allo
specchio. Da uomo di 90 chili, appassionato di sport, sempre in movimento, mi
trovai a dover gestire un ombra di 48 chili. Ma la cosa che più mi rendeva
difficile ogni attimo di vita era la sensazione d’esser avvolto da una
negatività, un pessimismo assoluto, totale.
Compresi anche che il dolore NON
si può condividere, MAI! Anche chi ti ama con tutto se stesso, non sarà mai
dentro la tua carne, una carne che fa un rumore spaventoso, che è il rumore del
dolore puro. Le cicatrici non tacciono, sono come delle bocche rivolte verso
l’interno e tu, che sei parte di esse, non riesci a far finta che non urlino di
continuo. Poi un medico mi disse “ dovresti
fare la domanda per una pensione d’invalidità”, per assurdo quella fu la
scintilla, la prima dopo 6 anni di feroce prigione della detenzione più
spietata, quella di un carcere dal quale non potevo evadere. Era questa la mia
vita? Un uomo di 40 anni che si ferma? Che chiede la pensione e che per il
resto della propria esistenza vedrà il mondo alla ricerca di qualcosa da
conquistare? Una sorta di film…senza finale. Fine del primo tempo…fine del film!
No dico ma scherziamo? Nel momento peggiore, il più basso in assoluto, ad un
passo da quel nulla che oramai mi separava da una finestra del quarto piano che
avrebbe messo fine ad ogni dolore e ogni paura, iniziò la mia risalita. Lenta,
piccolissima, con alti e bassi. Un corpo debole e irriconoscibile, e una mente
del tutto avvolta solo su se stessa, un costante io, io, io, io…si perché per
chi sta male fisicamente o psicologicamente, l’unica cosa che conta
all’universo è: Io, IO-STO-MALE, il resto, tutto il resto, è meno dello zero
assoluto. Il dolore ti rende affamato di salvezza, e quando hai fame, quella
feroce che ti toglie il respiro, sei una belva, esisti tu e nessun altro.
Cominciai a fare due cose, la MUSICA e LA GINNASTICA che diventarono le
mie stampelle, all’inizio piccole, poi via via sempre più solide, ora
fondamentali. Cominciai a dedicare i miei pensieri alla musica, qualcosa di
così impalpabile, così indefinibile, al punto che ogni volta che le dedicavo anche
solo un attimo di tempo, la mente usciva dal mio corpo. E alla Ginnastica, quella
che i medici mi avevano sconsigliato in quanto considerata probabile causa di
ennesime recidive. La musica, ora posso dirlo forte, è una medicina incredibile che non ha
controindicazioni, ma sentirla non basta, a me perlomeno non bastava. Io dovevo
entrare nei suoni, io dovevo esser parte integrante del flusso sonoro. Che
strumento scegliere? Il mio corpo mi permetteva due posizioni o in piedi o
sdraiato, stare seduto era ed è un vero problema. Non volevo spendere soldi,
non volevo un maestro, volevo qualcosa di assolutamente semplice e spontaneo,
qualcosa dal quale poter ricominciare in modo spensierato e senza dover render
conto ai vicini per l’eventuale “rumore”. Scoprii il flauto dolce, 8 euro di
semplicità, ogni dito che alzi, sali di una nota, proprio come un pianoforte,
ma lo puoi suonare ovunque tu sia, in qualsiasi posizione, senza alcuno sforzo.
Mi accorsi che con questo piccolo magico strumento odiato da decenni da alunni
e le loro famiglie di tutte le scuole d’ordine e grado nel nostro paese, si può
suonare tutto, ma proprio tutto, dalla Classica, al Pop al Rock. Nella sua
semplicità ti obbliga a tenere il tempo, ad imparare a leggere uno spartito se
vuoi, o semplicemente a suonare ad orecchio se non vuoi dannarti troppo. Uno
strumento che anche grandi personaggi della musica han recentemente più volte
denigrato considerandolo un giocattolo, ma che in realtà ha un vastissimo
repertorio e che può far avvicinare alla musica chiunque, un bimbo come un
novantenne. Non ci voglion soldi, non ci vuole fatica, ci vuole il desiderio di
entrare in un mondo impalpabile ma così forte da trascinarti via con se in una
sorta di magico volo che, chi non prova, non può capire. Esattamente come il
dolore non è comprensibile o realmente spiegabile, la musica è qualcosa che ti
porta via con se, ma il viaggio sei tu che lo decidi, sia la partenza che l’arrivo,
che la durata.
Nel mio caso il viaggio è
iniziato con la scoperta di questo semplice strumento che mi accompagna, anche
solo per alcuni minuti al giorno, ma che mi permette di spostarmi assai
velocemente passando dall’antica Grecia con l’Epitaffio di Sicilo, al
Gregoriano, alla Classica, al balletto, passando per la sinfonica, il pop, il
liscio, alla musica folk, la musica melodica italiana, il Rock… un quotidiano
viaggio nel tempo con uno strumentino minuscolo. Forse sono solo stato
fortunato, ma per risalire ci vogliono delle motivazioni, credo che la musica
possa esser, proprio per l’impossibilità di poterla descrivere realmente o di
poterla definire e inquadrare, la medicina suprema. Immergerti nei suoni, ti fa
scoprire ed entrare nelle anime di chi si è espresso solo mettendo dei pallini su
dei fogli di musica in paesi lontani e magari in epoche remote. E’ un
linguaggio, ti permette di entrare in contatto anche con chi si esprime con
lingue che non capirai mai. La musica è, per me, la forma d’arte più elevata,
proprio perché ancora non capisco cosa sia. E spero di non scoprirlo mai.
Voglio solo farla con semplicità e divertimento. Quando l’oscurità talvolta
riappare senza motivo la combatto con tutti questi amici di altri paesi di
altre epoche, loro mi accompagnano e mi rimangono accanto, mi distraggono con
le loro voci, l’oscurità passa, loro restano.
